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We are never Alone
Dobbiamo avere più paura delle malattie o delle persone, così come del mondo che ci circonda?
Una domanda insidiosa che We are never alone (letteralmente non siamo mai soli - presentato nella sezione Forum del Festival di Berlino 2016) indaga su più fronti, mescolando le vite di cinque esistenze diverse, tutte ugualmente costrette in un circolo vizioso e senza apparente via di fuga.
Un carceriere paranoico e il suo vicino ipocondriaco, una donna depressa e rifiutata, una madre single e un po’ alla deriva e infine un uomo annebbiato dalla passione.
All’interno del profilo anonimo di una provincia incolore della repubblica ceca, si muovono e si sfiorano le ombre di queste vite ai margini, intrappolate nel circolo corrotto di giornate, ossessioni e paure sempre uguali, stagnanti.
Una regione di vite quasi ottundente, dove la paura del proprio destino, ma anche dell’altro e di ciò che è sconosciuto, la fa da padrone, lasciando sul ciglio delle strade (quelle percorse così come quelle ancora da percorrere) sempre troppa poca speranza. Ci si interroga e si discute sulla via del ‘meno peggio’ e si cerca di evadere in ogni modo dal proprio minaccioso microcosmo di bambolotti menomati e cadaveri di animali lasciati marcire di fronte casa, a simbolo di un viver inquieto e frustrato, a enfatizzare l’atmosfera rarefatta di paura che avvolge tutto.
Armi, litigi, frustrazioni, bambini cresciuti soli, nei boschi con le armi in mano e alla regola della sopravvivenza, parole stereotipate e vaganti come mine che parlano di mal-integrazione e non comprensione, ebrei e zingari, tutto entra nel quadro drammaticamente sgrammaticato di Peter Vaclav, regista ceco qui alla sua (apprezzabilissima) opera seconda (la prima – del – s’intitolava The Way Out, che per ammissione stessa del titolo indagava similmente la possibile via d’uscita della protagonista da un’esistenza cieca).
Denso e dolorosamente acuto, We are never alone è opera che si muove lenta attraverso il fardello di una vita (più vite) sbagliata, sfortunata, incolore. Eppure, nel lieve processo di rigenerazione messo in atto e marcato stretto da una regia sempre immanente, il bianco e nero anestetizzante lascia a volte il passo al colore, e dunque forse a una di vita capace di svincolarsi dai binari pericolanti di uno stanco (soprav)vivere a sé stessi. Salvo, poi, ritornare inopinatamente e repentinamente incolore.
Infine, una desolazione esistenziale riflessa nelle birre vuote di qualche locale notturno o sui corpi seminudi di donne costrette alla mercificazione, spenta sul ferro delle armi usate col fine illusorio di fare giustizia, o dimostrare il proprio (piccolo) potere. Quello deprimente di soldi sporchi usati per tamponare una ferita.
Leggermente stiracchiato nella struttura a linee narrative a intreccio, è un film che si compie nella sua capacità contemplativa, in quello sguardo profondo verso un orizzonte che di rado resta tale, e che muta troppo spezzo in precipizio.
Menzione speciale per l’ottimo cast e la colonna sonora.